Dorsale Lariana: da Brunate a Bellagio - Smoppy's Adventures

Dorsale Lariana: da Brunate a Bellagio

Il panorama sul Lago di Como dalla Dorsale Lariana
Il panorama sul Lago di Como dalla Dorsale Lariana
Note tecniche
Difficoltà: E
Lunghezza: 40km 
Durata: 14h 
Punti di appoggio: Rifugio Riella, Rifugio Martina

Come raccontare un’avventura di 40 chilometri attraverso boschi, crinali, vette e discese scoscese? Come trasmettere su carta, o meglio su byte di un testo digitale, la fatica, il desiderio, il dolore e la gioia che seguivano ogni passo, ogni piccola conquista? Ci proveremo in questo breve articolo, cercando di seguire l’ordine cronologico del viaggio: venite con noi a scoprire la dorsale lariana

La bellezza della montagna si può dischiudere attraverso diverse chiavi di lettura:

  • c’è chi ne adora gli aspetti sportivi, la conquista della cima, lo scalare pareti rocciose o correre alla ricerca di record;
  • c’è chi ne vuole respirare l’aria a pieni polmoni, stendendosi al fresco su un prato verde, magari dopo un bel pranzo in rifugio;
  • infine ci sono quelli come noi, che cercano una terza via, che vedono nell’escursione in montagna un rito sacro, il sacrificare qualcosa di se, del proprio confort, della propria pigrizia per scoprire il territorio, i suoi scorci, il suo continuo gioco di luci di suoni e di colori. 

Ore 7.00

Sono le 7 di Sabato 20 Giugno 2020. Parcheggiamo l’auto ad un centinaio di metri sotto la funicolare di Brunate. Il borgo arroccato sulla roccia a picco su Como sta ancora dormendo.

Il sole è già alto nel cielo ma la sua luce è ancora morbida, lieve, e ci accompagna nei nostri primi passi. Per fortuna le nostre sensazioni iniziali sono molto positive. La prima meta è il faro voltiano. Un faro in montagna, una torre che sfida il cielo e sembra voler indicare il futuro, qualcosa di lontano a tutto il lago, che dorme ancora scuro sotto di noi. Il nostro viaggio inizia ufficialmente qui. 

Ore 9.00

Abbiamo attraversato i boschetti e le prime colline della dorsale lariana. Quasi all’improvviso il panorama si apre e gli alberi lasciano spazio ad una prateria verde: ecco la cima del Boletto. Da qui la vista vaga sul fratello maggiore, il Bolettone, fino poi a perdersi fra la Brianza e la pianura padana.

Scorgiamo piccoli i laghetti di Pusiano e di Montorfano. Più in la una coltre grigia copre la città di Milano, da cui spuntano le cime dei grattacieli. 

Inizia la lunga cresta che ci conduce verso il Bolettone. Non è la nostra prima volta su questa vetta. L’abbiamo esplorata in tutt’altre condizioni in invernale, sfidando la terribile tempesta Burian. In quell’occasione eravamo saliti dalla cresta est, arrivando dall’Alpe del viceré; con un’ultimo strappo a pendenze folli.

Esploriamo oggi la cresta sud, che inizia dolcemente per poi proseguire a grandi balzi fino all’imponente croce di vetta. Lungo la salita veniamo raggiunti da un ragazzo che fa il nostro stesso percorso fino a Bellagio. È rassicurante sapere di non essere gli unici matti: si può fare!

Arrivati in cima scappiamo a gambe levate, troppa gente e assembramenti assicurati. 

Ore 12.30

Qualcuno ha detto Palanzone? Altra cima già conosciuta dai piedi di Smoppy, di cui ricordo un vento infernale che sembrava volerci scaraventare giù dalla cresta. Oggi c’è solo un filo d’aria che consente ad un aliante di volteggiare leggero nel cielo.

Qui a terra, fra il caldo di metà giornata e i primi chilometri che entrano nella gambe, invece, la leggerezza è totalmente dimenticata. Sudo. Miguel ha un altro passo e velocemente sparisce in alto sul sentiero. Cammino fra balze d’erba e grossi sassi. La salita è segmento dritto che punta alla cima senza sosta.

Caldo e sudore. Mi fermano per chiedere informazioni sulla mia attrezzatura fotografica: rispondo a monosillabi. Mi sembra passata un’eternità, ma ci sono, ecco il monumento di vetta del Palazone. Mi asciugo la fronte e mi guardo intorno. Miguel parla e ride con l’altro giovane avventuriero. Milano appare ancora più ingabbiata dallo smog. Si vedono anche gli Appennini, fieri, lontani, appaiono come un miraggio, ma non è tempo di sognare nuove avventure ora… c’è da completare ancora la nostra. 

Pausa Pranzo: rifugio Riella.

C’è chi va in montagna solo per mangiare! Un anziano nostalgico pronuncia questa frase un po’ costernato.  Noi non apparteniamo di certo a questa categoria, ma dopo aver assaggiato il mio sugo di cinghiale con polenta posso facilmente comprendere chi compie questa scelta. La pausa era dovuta. Abbiamo ripreso a respirare; la giornata sembra ancora lunghissima, anche se quando riprendiamo il nostro gps segna già 7 ore di cammino. 

Pranzo polenta e cinghiale al rifugio Riella
Pranzo polenta e cinghiale al rifugio Riella

Mentre ripartiamo incontriamo GiadaMilleEsperienze, intenta a girare un video dedicato alla zona. Suggeriamo a tutti di andarlo a vedere, specialmente per chi volesse informazioni su una gita più a portata di mano, rispetto all’impresa epica della Dorsale Lariana. 

Dopo il Palanzone il paesaggio viene trasformato dagli alpeggi. Qui vacche, pecore e asini trascorrono i mesi estivi alla ricerca di buona aria e foraggio d’alta quota. Salutiamo Giada e riprendiamo il nostro percorso che ora punta diretto al Monte San Primo.

In un trekking come oggi ci sono tantissimi tratti apparentemente semplici. Qui percorriamo quasi cinque chilometri pianeggianti. La difficoltà di un percorso di questo tipo si nasconde proprio in questi tratti, che dilatano il tempo e quasi inconsapevolmente ti aggiungono chilometri e chilometri nelle gambe. 

Dopo 10 ore.

Il Monte San Primo. Urliamo di gioia! Sotto di noi scorgiamo già il profilo delle case di Bellagio (dannate illusioni). Tutto intorno si distendono i due rami del lago di Como. Verso est le grigne, oggi ancor più imponenti del solito, e il Resegone. Verso Nord il Legnone e il Legnoncino e poi le Alpi, il confine con la Svizzera!

Finalmente si respira, da ora sarà tutta discesa. Negli ultimi chilometri abbiamo attraversato alpeggi, zone di balneazione con panzuti avventori in costume, abbiamo incrociato improbabili comitive di ragazzi che arrancavano in salita (c’erano una volta un minuto nerd italiano armato di sacco a pelo con un gigante indiano e un andino sudamericano con felpa – ci sono più di 25°). L’arrivo al San Primo è stato un lento saliscendi della cresta est, fra le tre o quattro anticime. Non so con quali energie, ma ci siamo, siamo qui.

Panorama sull’ultimo tratto della Dorsale con vista su tutto il lago di Como
Panorama sull’ultimo tratto della Dorsale con vista su tutto il lago di Como

Un cartello indica 3 ore a Menaggio, dopo pochi minuti un altro cartello ne segna 2; per poi trovarne un altro che ne indica 3.10. Il tempo è relativo, questo dopo Einstein sembra assodato, ma è in montagna che raggiunge la sua assoluta inconsistenza e distanza dalla realtà. Stiamo attraversando un bosco umido e buio. La discesa dal San Primo ha annullato le nostre riserve di liquidi e di lucidità mentale. Un continuo balzo ripido e scivoloso. Alterniamo ora tratti di corsa e forza, a lenti trascinamenti. Sento Miguel che implora le sue ginocchia, io sento formarsi grumi di sangue sulla caviglie. 

È il nuvolone, il Monte Nuvolone, un piccolo colle insignificante, che decreta la nostra fine. Un breve tratto di roccette che affronto a quattro zampe e poi una breve ma nervosa salita. Abbiamo finito le energie. Ci sono poesie attaccate agli alberi, qui il bosco sembra fatato, ma noi non abbiamo nemmeno la forza per cogliere la bellezza. Ecco “il fondo del barile”, ecco la dannata e ricercata sensazione di non farcela più.

Tutta la pianura padana con Appennini sullo sfondo
Tutta la pianura padana con Appennini sullo sfondo

Ecco l’obiettivo della nostra testardaggine che si realizza. Superiamo piccoli paesini di montagna dai nomi fantastici: Brugno, Begola, Neer. L’orologio scorre e il sole vola lontano verso ovest, lontano dal lago, dal lato opposto rispetto a dove lo avevamo salutato questa mattina.

Ma ormai ci siamo, ecco il cartello: “Bellagio”. Ultimo sguardo al GPS: sono 40km amico mio… con più di 2200 metri di dislivello. Ora datemi una birra sul lungolago, ce la siamo meritata.

I nostri voti
Fatica: 5/5
Avventura: 2/5
Poeticità: 3/5 
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